“Cuori Neri” La nuova stagione del vittimismo memoriale

Publié le par Paolo

Liberazione 2 febbraio 2006
Paolo Persichetti

Più che un lavoro sulla storia, il libro di Luca Telese Cuori neri (Sperling & Kupfer) è, in realtà, una indagine sulla memoria, sulla forma che ha preso, nella rappresentazione degli eventi tramandata nella comunità politica della destra, lo “scontro con i rossi” e i lutti che esso ha provocato. Il libro evoca gli echi più che i rumori di quegli urti, ci introduce nelle “vite ulteriori” che i caduti della destra fascista hanno avuto nel ricordo dei loro camerati sopravvissuti. Se l’oblio cancella, la memoria deforma. Al di à di ciò che è inconfutabile, quei corpi rimasti al suolo sotto i colpi d’armi da fuoco o di selvagge aggressioni alla spranga, si estende lo spazio infinito dell’approssimazione, della semplificazione, dell’esagerazione, dell’invenzione e del fraintendimento, capaci alla fine di riscrivere per intero gli stessi avvenimenti. Anche se la ricerca storica deve fare i conti con entrambe, la memoria esistenziale resta altra cosa della memoria fattuale. La storia della memoria trae slancio dalla tradizione storiografica che ha fatto delle mentalità un accurato oggetto d’indagine. Essa è un contributo decisivo portato alla conoscenza dell’importanza che le percezioni, le credenze, i miti e le leggende, hanno nel divenire storico. Da questo punto di vista lo statuto dell’evento muta completamente natura, assumendo la veste di fatto storico non a partire dalla prova fattuale del suo reale accadimento, ma perché esistono delle credenze che lo ritengono tale. Il fatto storico è la credenza in sé. Se la convinzione dell’esistenza dei “Protocolli dei saggi di Sion” porta a perseguitare ed uccidere milioni di ebrei, la leggenda originaria ha una pregnanza storica indiscutibile benché essa sia una mera invenzione. Ciò rinvia ovviamente ai delicati passaggi che costruiscono queste rappresentazioni successive, ai meccanismi della memoria, memoria individuale e memoria sociale, ma anche alla fabbricazione ufficiale della memoria, alla costruzione delle identità collettive. La memoria, in sostanza, non è semplice ricordo lineare di ciò che è avvenuto, ma il risultato complesso di un processo di selezione sociale tra oblio e ricordo, deformazione e invenzione. La memoria rinvia dunque a colui che rimemora, parla dell’oggi ben più che di ieri.
Cuori Neri ha il pregio di dirci molte cose sulla situazione attuale, non solo della destra. E’, infatti, un libro-specchio nel quale le “invenzioni memoriali” dei fascisti, confermati, neo o ex-post, riflettono le “favole retrospettive” che la sinistra tutta, e i comunisti neo o ex-post, raccontano di sé. Siamo in presenza di una sorta di speculare guerra dei miti, o se vogliamo di trappola della memoria che ha per ambizione la conquista della palma della vittima, vista dalle due sponde opposte. La memoria degli anni ’70 sembra irrimediabilmente prigioniera di una sfrenata concorrenza vittimaria, di una competizione scatenata per acquisire il possesso della nuova icona legittimante nel repertorio della politica attuale: lo statuto illibato del perseguitato. Alla teoria del misconoscimento elaborata dalla destra corrisponde specularmente il paradigma angelista diffuso nella sinistra. Entrambi nefasti, devastanti, profondamente menzogneri. Il problema, dunque, non è più quello di rincorrere le singole favole che entrambi gli schieramenti si raccontano, quanto superare il dispositivo memoriale che le accomuna in un medesimo inganno della memoria.
Ad un Alemanno che pateticamente racconta: «Uccidere un fascista non era reato. Molti dei nostri sono stati uccisi e non si conoscono ancora gli autori. Eravamo cittadini di serie b», ad uno Storace che in televisione arriva a dire - magari credendoci pure - che negli anni ’70 chi era di destra rischiava di perdere il lavoro, fa da perfetto contraltare la reazione di quelli che a sinistra Erri de Luca ha chiamato “i trasecolati”, ovvero i teorici dell’innocentismo genetico, consustanziale, antropologico, quelli che scrivevano «uccidere un fascista non è reato» e poi sentenziavano: «un compagno non può averlo fatto», fino ad arrivare alla degenerazione della teoria della faida interna, più volte evocata come accadde con il libro di Savelli sul rogo di Primavalle, Un incendio a porte chiuse. Una cultura angelista - il nonviolento Carlo Panella ritiene addirittura di essere stato lui ad uccidere un fascista con il lancio di una bottiglia - che non si arresta alla morte dei militanti di destra ma arriva a quella di Feltrinelli e Calabresi.
Un tabù profondo, che rinvia alla violenza politica degli anni ’70, alle asperità che il conflitto dell’epoca portava con sé, e che nessuno sembra più voler assumere. Destra e sinistra non vogliono riconoscere cosa erano, da dove venivano. Si è imposta, infatti, una disonesta cultura dissociativa e pentitoria che non aiuta l’oltepassamento delle fasi storiche più traumatiche, ma si avvale di una ben più facile esportazione della colpa, di solenni cerimonie d’autocritica degli altri.
Per questo i prigionieri politici e i fuoriusciti, di sinistra come di destra, tornano molto utili. Sono lì, buoni per ogni stagione e per ogni colpa, pronti a pagare per tutti e a amnistiare le coscienze di chi nel frattempo ha fatto carriera e dietro l’ombra di quei corpi imprigionati o braccati trova rifugio.

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