Il passato rimosso, il futuro che manca

Publié le par Paolo Persichetti

Liberazione 15aprile 2005

La vicenda dellalotta armata in Italia incombe sul presente anche perché non si è mai volutoprocedere a un confronto sulle ragioni che la determinarono. E gli epigoni sisono potuti giovare di questa rimozione

 

Era una calda serad'estatequella del 24 agosto 2002 e l'Italia aveva urgente bisogno di recuperare uno di quei giovanimaledetti degli anni ribelli per offrirlo in pasto all'opinione pubblica. Unagrossolana impostura, escogitata con l'intento di fornire l'immagine truccata di un brillante successo operativo dopo l'attentato mortale contro MarcoBiagi, ucciso pochi mesi prima da un piccolo gruppo che aveva riesumato dalmuseo della storia una delle ultime sigle della lotta armata. Un paesedistratto e annoiato, persino futile, conquistato dall'avidità dell'oblio, impaurito dallapossibilità di sapere, era stato scosso dal frastuono di quegli spariimprovvisi. Irritato dal brusco risveglio, aveva rovistato furiosamente in unpassato ormai sconosciuto. Cercava in spazi e tempi lontani i responsabili diquei colpi senza radici. Attribuiva al passato quella che era una surrealeimitazione figlia del presente. Cercava nelle figure di ieri dei colpevoli perl'oggi.Fu così che all'alba del giorno seguente venni scambiato nel tunnel del Monte Bianco.Metafora di un accordo sotterraneo, siglato al di fuori di ogni trasparenza,concluso nel ventre della terra, lontano dalla luce del sole, distante dalchiarore del giorno, dopo una folle corsa nella notte. Quella furtiva consegnacelava una flagrante violazione della legalità internazionale: una persona nonpuò essere estradata per dei fatti posteriori a quelli indicati nel decreto, inassenza di una nuova richiesta e previa verifica del suo fondamento. Pur diavallare il teorema della centrale francese le autorità hanno agito aggirandotutti gli obblighi previsti dalla convenzione europea sulle estradizioni. Ipassati rivoluzionari faticano a diventare storia, adagiati nel limbo dellarimozione, periodicamente vedono schiudersi le porte dell'inferno che risucchia brandellidi vita, trascina esistenze sospese. Lasciti, residui d'epoche finite che rimangonoostaggio dell'uso politico della memoria. Non un passato che torna ma un futuro chemanca. La concomitanza con l'anniversario dell'11 settembre ricordava quanto la musica nel mondo fosse cambiata. Eratempo ormai per un forte richiamo all'ordine, alla riaffermazione dell'autorità, al rispetto assoluto della legge, al ripristino dellacertezza della pena. In un fondo di Barbara Spinelli, intitolato "Gli assassini tornano di moda", venivoseriamente redarguito perché i prigionieri e i rifugiati non avevano mai fattoatto di pubblico pentimento. Poche settimane più tardi, nel silenziocimiteriale di una cella d'isolamento, una lettera anonima riprendeva l'argomento consigliandomi dicollaborare con la giustizia, se volevo uscire da quella sentina della terra.Una richiesta surreale che undici anni dopo cercava ancora le prove del verdettoemesso in corte d'appello.

 

Alla fine di unalunga trafila burocratica, anche il magistrato di sorveglianza non haautorizzato i permessi d'uscita perché «non risulta che abbia pubblicamente assunto posizioni didissociazione della lotta armata, tanto più necessaria alla luce della graverecrudescenza del fenomeno terroristico dichiaratamente ispirato all'ideologia delle Brigate Rosse».Una richiesta irricevibile poiché costituirebbe una resa di fronte atrattamenti differenziali e premiali che hanno incrinato il principio dieguaglianza di fronte alla legge e trasformato l'inchiesta, il processo e ilcarcere, da sedi di verifica e ricerca della prova o svolgimento della pena, inmercati delle indulgenze, fiere dello scambio politico, luoghi dove si riceveun po' di futuro in cambio del proprio passato. Diceva a tale proposito diJeremy Bentham che «la sfera della ricompensa è l'ultimo asilo dove si trincerail potere arbitrario». I diversi gruppi in cui erano divise le Brigate Rossedegli anni '80, si sono estinti alla fine di quel decennio. Una netta discontinuitàpolitica fu sancita dai militanti dell'epoca. Lo striminzito gruppo apparso solo più tardi, negli anni '90, sotto la sigla Ncc, è sortocon un evidente intento polemico nei confronti dei fuoriusciti e deiprigionieri che durante gli ultimi grandi processi dell'87-89 hanno sancito la chiusuradel ciclo politico della lotta armata. Ogni confusione con le epoche precedentiè dunque ingiustificata e strumentale. Non ci sono ambiguità intrattenute. Chisostiene il contrario nel ceto politico, nel governo o tra gli apparatiinvestigativi e giudiziari, offre solo la prova di una sorprendente osmosiculturale, una micidiale simmetria d'atteggiamento con gli autori degli attentati D'Antona e Biagi. I quali hannotutto l'interesse a rimuovere i percorsi politici condotti dagli ex militantidella lotta armata nel decennio '90.

 

La dissociazione èl'esattocontrario di una disposizione dell'animo, un afflato della coscienza, un soprassalto dello spirito chesosterrebbe nobili percorsi di distacco interiore, assolutamente liberi edisinteressati, ma un tipico modello di autocritica degli altri, che ricavavantaggio dall'esportazione delle proprie responsabilità. Paradossalmente il protrarsidella lotta armata, da cui essa pretende un cinico distacco, è il presuppostodella sua forza contrattuale. Qualcosa d'assolutamente opposto al divenire politico del fenomeno stesso, al suoapprodare altrove, al suo oltrepassare attraverso un tragitto assolutamenteautonomo, sottratto a qualsiasi forma di connivenza o compiacenza col potere,come è avvenuto alla fine degli anni '80.

 

La riesumazione diquesto vecchio arnese dell'emergenza, riporta strumentalmente indietro di decenni i percorsipolitici realizzati. Una caricatura archeologica che si spiega con la malignaintenzione di costruire un nesso morale, in assenza di quello materiale, tra imilitanti degli anni '70-'80 e gli episodi del 1999 e del 2002. La responsabilità viene così adassumere una singolare dimensione transitiva, utile per ricacciare indietro iltimore di dover riconoscere che quei nuovi colpi d'arma da fuoco siano ancheresponsabilità di chi ha cullato il paese nella rimozione, di chi quell'oblio ha teorizzato eincensato, di chi in questo modo ha evitato imbarazzanti domande. Il rifiutoostinato dell'amnistia, mantenendo gli insorti simbolicamente emarginati nei recinticarcerari o nei limbi disciplinari d'esistenze semipenitenziarie, ha congelato il tempo, cristallizzato leepoche e tentato d'impedire a quel sapere incarcerato, a quelle esperienze sotto chiave oesiliate, di far valere le ragioni dell'irriproducibilità dei modelli di lotta armata trascorsi. Non anatemimorali ma autonome valutazioni politiche udibili dalle componenti socialiantisistema. Tutto questo è mancato. L'Italia è rimasta fedelmente ancorata alle politiche dell'urgenza, allo stato d'eccezione, ai modelli dell'abiura che hanno facilitato ilreistallarsi della coazione a ripetere. L'esilio e il carcere hanno alterato la coscienza del tempo, rafforzandonella società la tentazione di considerare immutabile il rimosso. Negli annipassati, prigionieri e fuoriusciti, se non altro per quella saggezza chefuoriesce dal disagio di chi deve confrontarsi con circostanze sfavorevoli, hannodovuto misurarsi con la sconfitta esplorandone gli aspetti più reconditi,vivendola sui propri tragitti esistenziali, tra esili senza asilo e castighi.All'anatemahanno opposto la riflessione. Avrebbero potuto barricarsi nelle torri incemento blindato delle carceri, trovare conforto nell'isolamento penitenziario chegli era destinato, arroccarsi nel dolore per le vittime della propria parte,sentirsi l'emblema sacrificale di un martirio metastorico, vivere di una mortiferanostalgia che come scrive Milan Kundera, «non intensifica l'attività della memoria, nonrisveglia ricordi, basta a se stessa, alla propria emozione, assorbita com'è dalla sofferenza». Invecehanno rifiutato tutto questo. Non si sono sottratti alla realtà mutata cherendeva obsolete le loro scelte passate. Hanno cercato, nonostante i muri e lesbarre, di andare oltre. Sono evasi dalla loro pena, sono fuggiti ai carcerieririmasti a sorvegliare solo i fantasmi di una società attardata, ancora madidadi rancore contro le immagini vuote d'icone da odiare.

 

I"vincitori", o quel che ne è rimasto, cosa hanno fatto? Adagiatisopra e poi travolti dagli stessi dispositivi concepiti per sconfiggere gliinsorti non hanno saputo condurre a termine la benché minima elaborazionecollettiva del lutto. Si rimproverano dei singoli per aver eluso un discutibilesenso di colpa, mentre la società italiana è stata interamente conquistatadalla rimozione. Ciò che per i prigionieri e i rifugiati, ma anche per settoridella società civile, è ormai storia, materia d'indagine e inchieste serrate dadiscutere con le tecniche fredde delle scienze sociali, per la quasi totalitàdel ceto politico e della magistratura resta una ferita aperta, una piaga vivache non può e non deve cicatrizzarsi. Allo scandaglio del lavoro storico sicontrappone la venerazione di una memoria trasfigurata nel culto di un dolorenon riassorbibile. Al lavoro d'incorporazione del passato, doloroso e conflittuale, si sostituisce unatteggiamento di rifiuto che fa di esso una trincea su cui attestarsi. L'elaborazione del lutto diventain questo modo, secondo una consolidata tradizione inquisitoriale, unostrumento di bonifica delle coscienze che aggiunge alla sanzione sui corpianche la correzione delle menti. Si afferma in questo modo una narrazionepenitenziale della storia contrassegnata da totem e tabù, miti fondatori ecomportamenti demonizzati. La complessità sociale degli eventi si riduce ad unarozza contrapposizione tra bene e male, il decennio dei movimenti e deiconflitti diventa storia di delitti. I fatti perdono ogni loro dimensionesociale per acquistare unicamente rilevanza penale mentre la militanza siconfonde con la devianza.

 

Come in un perfettoesorcismo, gli anni '70 diventano il capro espiatorio del Novecento italiano, il capitoloche manca al livre noir du communisme.

 

A conti fatti,riflettere su questo passato che non passa, cercando di non farlo restare un'ancora, un peso, una zavorra,ma di scioglierlo nel presente, si è dimostrato una inutile fatica di Sisifo.Uno sforzo vano e inviso, causa di pregiudizio e di sospetto perché nonrecuperabile e integrabile attraverso logiche premiali e dissociative, ma quelche è peggio, oggetto di un vero e proprio misconoscimento, fatto nullo e nonavvenuto, circostanza azzerata, pagina sbiancata.

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